Rifugio Omio – Valle dell’Oro – 03/04/2015

Probabilmente l’ultima escursione “invernale” prima di passare in modalità “estiva”. Questa volta si va nella Valle dell’Oro, al rifugio Omio a 2100m.

La valle dell’Oro è una valle laterale della Val Masino e condivide con essa molte stupende pareti di roccia, paradiso dell’arrampicata.

La traccia di sentiero parte dai Bagni del Masino, il parcheggio è quello delle terme e durante la bella stagione rischia di essere completamente pieno, inoltre, semre nella bella stagione è a pagamento (5€). Non è del tutto chiaro se l’ultimo tratto di strada per arrivare al parcheggio sia aperto alla circolazione oppure no, poco prima del parcheggio si incontra infatti una sbarra e un cartello di divieto di transito. Arrivati al parcheggio chiediamo rassicurazioni e ci dicono che la strada è aperta alla circolazione.

Il sentiero parte subito dietro alle terme e si immette rapidamente in bosco piuttosto fitto, che ci accompagnerà salvo un paio di spiazzi per circa 1 ora e mezza. Nelle poche radure il paesaggio che si apre al nostro sguardo è davvero notevole.

Una volta usciti definitivamente dal bosco, calziamo le ciaspole e affrontiamo l’ultimo ripido tratto che ci porta in circa 1 ora al rifugio Omio.

Dietro al rifugio è presente il bivacco Silvio Saglio ancora semi sommerso da parecchia neve.

Il rifugio è chiuso, quindi ci concediamo un pranzo al sacco nel piccolo porticato all’ingresso e ci rimettiamo in cammino per la discesa.

Nel bosco si iniziano a vedere i primi segni della primavera ormai imminente.

Per tutto il giro, pranzo compreso ci sono volute poco meno di 6 ore.

Su GPSies ho caricato il tracciato GPS dell’escursione. Clicca sull’immagine per visualizzarlo (purtroppo si è interrotta la registrazione durante la discesa, comunque si è seguita esattamente la stessa strada dell’andata)

GPSies - Rifugio Omio nella valle dell'Oro

Le dolomiti di Bergamo: Cimon della Bagozza – Monte Campioncino – 06/03/2015

Nuova ciaspolata del 2015, questa volta si va in bergamasca, alla fine della val di Scalve, verso il rifugio “Gruppo alpinistico Cimon della Bagozza” a Schilpario.

Partenza alle 7.30 da casa, troviamo un po’ di traffico non considerato e arriviamo solo alle 10.30 al parcheggio in località Fondi (Schilpario). Qui la strada durante la stagione fredda viene chiusa al traffico veicolare, quindi calziamo le ciaspole e partiamo.

La prima parte dell’itinerario avviene seguendo il percorso della strada e tagliando ogni tanto qualche tornante attraverso i prati che ogni tanto si aprono in mezzo ad un bel bosco di conifere.

In circa un’ora giungiamo al rifugio(aperto tutto l’anno) a quota 1600m e decidiamo di proseguire verso il monte Campioncino (2100m).

Il panorama dal rifugio è davvero mozzafiato, ora capisco perchè le chiamano “piccole dolomiti di Bergamo”…

Proseguiamo seguendo il sentiero che riparte subito dopo il rifugio, ora il bosco diventa più rado e la neve abbonda, in lontananza vediamo già la nostra metà: il monte Campioncino e a sinistra il suo fratello maggiore, il monte Campione.

Seguiamo le ampie tracce degli sciatori che ci hanno preceduto durante queste belle giornate di sole, e puntiamo dritti verso la cresta e la vetta.

Attenzione: seguite le tracce più numerose (e più a valle) altrimenti farete degli inutili saliscendi (cosa che noi abbiamo fatto).

Giunti sotto la cresta decidiamo di puntare dritti davanti a noi, anzichè seguire le tracce che curvano a destra. è un tratto di circa 100/150m che spacca letteralmente le gambe ed il fiato, ma permette di raggiungere in poco più di 5 minuti la cresta sommitale.

Nell’ultimo tratto la cresta diventa sempre più sottile e panoramica, e permette di raggiungere la vetta in meno di 10 minuti.

Tratto finale di cresta
Finalmente in vetta, davanti a noi il monte Campione
Croce di vetta e Cimon della Bagozza

Ora non ci resta che scendere e tornare al rifugio per un ottimo pranzo!

Scendendo al rifugio

Per tutto il giro, pranzo compreso ci sono volute 4 ore e 52 minuti.

Su GPSies ho caricato il tracciato GPS dell’escursione. Clicca sull’immagine per visualizzarlo

GPSies - Rifugio Cimon della Bagozza e Monte Campioncino

Ciaspolata all’Alpe Lendine – 23/01/2015

Finalmente è arrivata un po’ di neve, giusto in tempo per la ciaspolata di questo mese!

La destinazione prescelta è l’Alpe Lendine, diventata in un certo senso famosa dopo le nevicate da record del 2014, quando sui tetti delle piccole baite dell’alpe si erano accumulati 2 metri di neve.

Quest’anno non è ancora arrivata così tanta neve, ma questa piccola conca mantiene comunque un gran fascino.

La partenza avviene dal parcheggio della chiesa di Olmo (frazione del piccolo comune di San Giacomo Filippo) a pochi chilometri da Chiavenna. Il centro del paese si trova a circa 500m slm ma per raggiungere la frazione di Olmo bisogna salire lungo una stretta strada di montagna per ben 18 tornanti, fino ad arrivare a circa 1050m slm.

Il sentiero inizia praticamente dal parcheggio, infatti si salgono le strette scalinate a lato della chiesa e in cima si trovano i primi cartelli: a destra per l’alpe Lendine e a sinistra per l’alpe Laguzzolo. Seguiamo per l’alpe Lendine, passando in mezzo alle abitazioni della piccola frazione, dopo pochi metri giungiamo ad un bivio, a sinistra il sentiero inizia a salire costeggiando degli ampi prati, mentre dritto davanti a noi perde leggermente quota e continua a passare tra le abitazioni. Noi prendiamo il sentiero di sinistra. Inizia ad esserci un po’ di neve, dopo pochi metri ci infiliamo le ciaspole (si potrebbe salire con i soli scarponi senza problemi, ma avendo le ciaspole tanto vale usarle…).

In brevissimo tempo raggiungiamo l’alpeggio Zecca, un gruppo di baite ammassate tra loro che segnano il limitare del bosco di larici. Bosco nel quale ci infiliamo senza indugi.

Inizia ora la parte più lunga e in parte monotona dell’escursione, infatti quasi tutto il sentiero si snoda all’interno di questo ampio bosco di larici. È un continuo saliscendi e si prende quota molto lentamente. Nel periodo estivo probabilmente l’attraversamento del bosco risulta decisamente monotono, ma con la neve tutto il paesaggio diventa più gradevole, e i larici ormai spogli permettono la vista sulle cime circostanti (avvolte da un candido ed estremamente luminoso manto nevoso).

Siamo nella valle del Drogo e arrivati circa a quota 1450m troviamo il primo di due ponticelli che ci permettono l’attraversamento dell’omonimo torrente. In caso di forti nevicate entrambi i ponticelli risultano completamente saturi di neve, quindi vi ritroverete a camminare a livello delle sponde dei ponticelli.

A partire dal primo ponticello iniziano una serie di rapidi tornanti che ci fanno (finalmente) guadagnare un po’ di quota, ed infatti dopo pochi minuti sbuchiamo dal bosco e ci ritroviamo a pochi metri dall’alpe. In tutto la salita ci ha richiesto circa due ore e mezza.

Sembra di osservare un presepe a grandezza naturale, con tutte quelle piccole baite ricoperte da 70-80 cm di neve fresca e incontaminata. Sembra un piccolo paradiso, ma le continue raffiche di vento che sollevano grandi quantità di cristalli di neve ci ricordano che non stiamo sognando.

Finalmente riusciamo a testare a fondo le ciaspole su neve fresca: salendo su un piccolo rilievo a monte delle baite sprofondiamo di quasi 60 cm, senza le ciaspole finiamo dentro fino alla vita… ci saranno circa 150 cm di neve. Salire diventa davvero faticoso, ma la neve rende tutto più bello e la fatica è ben accetta!

Dopo aver mangiato qualche panino, girato un po’ l’alpe e fatto una piccola esercitazione con l’Arva, decidiamo di scendere.

Si potrebbe compiere un giro ad anello andando a raggiungere l’alpe Laguzzolo, ma non troviamo nessuna traccia battuta, e decidiamo di non rischiare, quindi ci rimettiamo sul sentiero dell’andata, stavolta il bosco risulta parzialmente illuminato dal sole rendendo il paesaggio ancora più bello, si aprono anche ottimi panorami verso il gruppo del Badile.

La neve copre tutte le asperità del terreno, quindi riusciamo a procedere con un ottimo passo, in circa un’ora e mezza siamo al parcheggio.

Dati dell’escursione:

23/01/2015
Ora di partenza: 9.40
Tempo totale (pranzo compreso): 5.40 ore
Dislivello in salita (e discesa): 680m
Quota massima: 1730m
Quota minima: 1050m
Tempo di salita: 2.41 ore
Tempo di discesa: 1.37 ore

Altre foto sul mio album Flickr.

Val Roseg – agosto 2014

In attesa della prossima uscita scrivo qualcosa su una bella escursione della scorsa estate: la val Roseg in Engandina (Svizzera).

La val Roseg è una valle molto lunga che si snoda lungo il percorso del torrente Roseg, ricorda un po’ la val Zebrù, perchè è nettamente divisa in due: una prima parte quasi in piano molto lunga e immersa in un bosco ricchissimo di fauna e una seconda parte più ripida che conduce ai rifugi sotto il Bernina (Capanna Tschierva e Boval).

Il percorso parte dalla cittadina di Pontresina, dove si può parcheggiare in uno dei vari parcheggi a pagamento (il costo è di circa 8-10 franchi svizzeri per l’intera giornata), uno di questi parcheggi si trova nei pressi della stazione ferroviaria ed è adiacente all’inizio degli itinerari.

Ci sono vari itinerari possibili: si può seguire la carrareccia che passa vicino al torrente e che viene utilizzata anche dalle carrozze trainate da cavalli, oppure si può entrare nel fitto bosco di conifere stando a stretto contatto con la natura.

Consiglio vivamente questa seconda opzione, perchè la val Roseg è molto famosa per la “docilità” degli animali che ospita, infatti basta stendere il palmo della mano con sopra poche briciole di pane per ritrovarsi “sotto attacco” da un’infinità di pic

coli uccellini, e se si è particolarmente fortunati anche di scoiattoli rossi.

Addirittura non sono nemmeno necessarie le briciole, ho provato con mano che basta stendere le mani e restare fermi pochi secondi per diventare dei “posatoi viventi”.

Cincia mora
Nocciolaia
Coppia di cince more
Cincia dal ciuffo

Nel bosco non è difficile incontrare anche piccoli gruppi di caprioli o di cervi. In lontananza è ben visibile la mole del massiccio del Bernina (ancora non si vede la vera e propria cima) con i suoi enormi ghiacciai.

Al termine del bosco si giunge ad un grande pianoro pratoso con al centro il torrente e un hotel – ristorante. Da qui in poi iniziano i sentieri che portano ai rifugi. Sui pendii che circondano la valle non è difficile osservare branchi di camosci o stambecchi.

Seguendo il sentiero per la Capanna Tschierva, si resta sulla destra orografica del torrente e si inizia a salire in mezza costa tra ripidi prati, ora il cinguettio del bosco è sostituito dai fischi delle marmotte.

Dopo una breve sequenza di tornanti, ci si ritrova sul filo della morena glaciale del ghiacciao Roseg, che punta dritta verso il pizzo Bernina (la vetta maggiore del massiccio, 4050m)

La vista sulla cima e sulla famosa cresta “Biancograt” è favolosa

anche la vista sulla lingua glaciale alla destra della vetta.

Purtroppo il tempo inizia a scarseggiare, quindi non riesco a raggiungere il rifugio e mi tocca iniziare a scendere.

Per godere al meglio di questa escursione consiglio di dividerla in due giorni (magari pernottando in uno dei rifugi), in modo da poter ammirare con calma sia il bosco ed i suoi animali, sia il Bernina ed i suoi ghiacciai. Nel complesso il dislivello risulta inferiore ai 1000m (si parte da circa 1880m e si arriva ai 2580m della capanna Tschierva), ed è tutto concentrato nella seconda parte.

Non credo ci sia un periodo “migliore” per visitare la val Roseg, tutte le stagioni offrono viste mozzafiato e contatto diretto con la natura, quindi consiglio di tornarci più e più volte! Io non vedo l’ora di visitarla nella sua veste invernale!

Tramonto sul Monte Barro – 2/01/2015

Dopo due albe finalmente mi sono concesso anche un tramonto!

Questa volta niente sveglia presto con annessa ascensione in notturna, stavolta mi toccherà la discesa in notturna!

Per il mio primo tramonto (e prima uscita del 2015) ho scelto la mia prima meta montana, il monte Barro (922m).

La giornata non è stata delle migliori, a partire dal primo pomeriggio il cielo si è coperto da un denso strato di nuvole, tuttavia decido di provarci lo stesso, alle 15.15 sono al parcheggio in via Canevate a Galbiate.

L’itinerario che ho scelto è la classica del monte Barro: l’aerea cresta del versante sud, con la sequenza dei 3 corni + la vetta.

L’ultima volta che l’ho fatto mi ricordo di aver tenuto un ritmo molto elevato e di aver raggiunto la vetta in circa 1 ora dopo una bella sudata. Questa volta ci ho messo esattamente 1 ora e 2 minuti, ma non mi sembra di aver fatto tantissima fatica: o è merito della stagione invernale (l’ultima volta ero salito a luglio…) oppure sono davvero in forma!

Comunque sia, alle 16.17 ero in vetta. Il cielo non era esattamente sereno…

In lontananza, in quel poco di cielo sereno, si stagliano nitide le alpi piemontesi

Sono un po’ demoralizzato e decido di iniziare a scendere. Arrivato alla prima sella (tra la vetta e il primo corno) mi volto a guardare la vetta e noto che si è accesa l’illuminazione della croce (tra l’altro la croce è stata rinnovata rispetto alla mia ultima visita).

Prima di scendere fino alla macchina, decido di aspettare un po’ per provare a fotografare le luci di Lecco e della Brianza.

Le prime ad accendersi sono quelle di Lecco, ancora il cielo non è completamente buio, ma provo lo stesso a scattare qualche foto.

Attendo ancora alcuni minuti e intorno alle 17.30/17.45 scatto qualche immagine verso Sud.

Ad Ovest il cielo è ancora rischiarato dalle ultime luci del crepuscolo.

Il tramonto non mi ha soddisfatto granchè, ma le luci di Lecco e della Brianza, e la mia prima discesa in notturna mi hanno comunque ripagato l’uscita!

Per la discesa, pause a parte, bastano circa 20/30 minuti.

Altre foto nel mio album Flickr.

Ci ho preso gusto… alba dal Monte San Martino – 30/12/2014

Ad un paio di settimane dalla mia prima alba in montagna, ho deciso di approfittare delle ferie natalizie per una nuova uscita in notturna.

Questa volta ho optato per un’uscita più breve e più vicina (per poter dormire un po’ di più): il monte San Martino sopra Lecco.

Data la quota molto modesta (1090m) e la sua vicinanza a cime molto più fascinose (Resegone, Grigne, Due Mani), non ho mai preso in considerazione un’escursione su questa vetta, ma devo dire che si è rivelata piuttosto interessante, grazie ad un sentiero per escursionisti esperti attrezzato in un paio di punti con catene (sentiero comunque molto ben segnalato e mai eccessivamente pericoloso) ed allo splendido panorama che si può godere sul Lario, la città di Lecco e le cime vicine.

L’alba è prevista per le 8.05, alle 7.00 sono al parcheggio in via Quarto nella frazione Rancio di Lecco, mi infilo gli scarponi, indosso la torcia frontale e inizio a camminare. Il primo tratto si sviluppa su strada asfaltata (via Paradiso) fino a giungere ai primi cartelli che indicano il sentiero 52, per il rifugio Piazza (che non raggiungerò) e la cappella della Madonna del Carmine, dove arrivo in circa 40 minuti, dopo essermi fermato per un paio di scatti in “semi-notturna”.

Alla Madonna del Carmine (700m circa) decido di fermarmi per attendere l’alba. Il panorama è veramente notevole.

Le prime luci iniziano ad infiammare i corni di Canzo e il Moregallo e successivamente anche il Monte Barro.

L’aria è decisamente fredda e decido di proseguire senza attendere di essere raggiunto dai primi raggi del sole. Dalla cappella è possibile raggiungere il Crocione del San Martino attraverso due sentieri: quello classico (difficoltà E) e il sentiero “Silvia” (difficoltà EEA) che decido di provare.

Subito mi ritrovo a salire rapidamente su roccia, sembra quasi di salire la Cermenati sulla Grignetta, arrivato ad un piccolo pianoro vedo che il sole è ormai prossimo a raggiungermi, quindi decido di fermarmi per un paio di scatti.

Ormai manca poco al Crocione di vetta, ci dividono solo un paio di passaggi attrezzati con catene (divertenti e piuttosto semplici) e un paio di pianori con panchine da cui si gode un panorama meraviglioso.

Ed ecco il Crocione, non più di legno, ma di alluminio.

In conclusione è un’escursione interessante, da compiere nel periodo invernale (per non morir di caldo vista la quota molto modesta), che offre diversi ottimi punti di osservazione. Non ho registrato i dati di salita, poiché mi sono preso molte pause per scattare, comunque partendo alle 7.00, alle 10.00 ero di nuovo alla macchina.

Per altre foto, il mio album su Flickr.

Ciaspolata ai rifugi Ca’ Runcash e Cristina in Valmalenco – 21/12/2014

Dopo la mia prima esperienza con le ciaspole a Macugnaga, inizio a prenderci gusto.

Stavolta si resta in lombardia, in quello che sul web è considerato da molti come il paradiso delle ciaspole (ed in effetti il percorso si presta molto bene).

La partenza è al parcheggio dopo la seconda galleria della strada che da Campo Frascia porta alla diga di Campo Moro. La strada è completamente ghiacciata, speriamo di trovare molta neve.

Alle 10.15 siamo al parcheggio, calziamo scarponi e ghette e ci mettiamo in cammino con le ciaspole in mano (ci sono solo 4-5 cm di neve, non ci sembra il caso di calzarle). Dal parcheggio parte sulla destra una ripida carrareccia con le indicazioni per i due rifugi, fatti pochi passi e incontrati altri escursionisti con le ciaspole ai piedi decidiamo di calzare anche noi. Siamo in ombra e fa piuttosto freddo (circa -4°C), ma la strada sale ripida e ci scaldiamo rapidamente. Tutt’attorno il paesaggio è molto promettente.

Dopo qualche piccolo tornante di ritroviamo in un ampio pianoro, l’alpe Caspoggio, e troviamo le indicazioni per il rifugio Cristina e il rifugio Ca’ Runcash.

Seguiamo le indicazioni per il Cristina e abbandoniamo l’alpe inoltrandoci nel bosco. Dall’ultima nevicata nessuno è passato per questo sentiero, quindi apriamo letteralmente la pista attraverso paesaggi incontaminati e di rara bellezza.

Superata un ripido avvallamento troviamo nuove indicazioni per i due rifugi e decidiamo di puntare verso il Ca’ Runcash, in modo da pranzare presto e avere più tempo nel pomeriggio per la nostra ciaspolata.

Arriviamo al rifugio intorno alle 11.20, essendo ancora presto ne approfittiamo per una simulazione di ricerca con l’ARVA.

Rispetto alla simulazione fatta al parcheggio a Macugnaga, questa volta seppelliamo veramente un ARVA nella neve e proviamo a recuperarlo nel minor tempo possibile. Il terreno sconnesso e l’abbondante neve rendono molto più complessa e faticosa la simulazione.

Alle 12.15 pranziamo al rifugio. Il panorama dalla sala da pranzo è stupendo.

Dopo pranzo mentre ci rivestiamo e calziamo nuovamente le ciaspole ne approfitto per qualche foto.

Ripartiamo in direzione dei laghi di Campagneda, che troviamo completamente ricoperti di neve, e successivamente tagliamo verso est, per raggiungere l’alpe Prabello e il rifugio Cristina.

Non troviamo nessuna traccia di sentiero, quindi ci orientiamo solamente con l’ambiente circostante.

Dopo diversi saliscendi in un ambiente incontaminato e selvaggio (pur essendo sempre a pochi minuti dal rifugio Ca’ Runcash), un paio di scivoloni e l’incontro del tutto fortuito con una coppia di meravigliose pernici bianche, giungiamo finalmente in vista dell’alpe Prabello.

Senza rendercene conto ci troviamo sul tetto completamente ricoperto di neve di una piccola stalla.

Il rifugio Cristina è facilmente riconoscibile essendo l’edificio più grande di tutto l’alpe.

Alle sue spalle il Pizzo Scalino domina la scena.

A pochi metri di distanza si trova anche un’antica chiesa posta su di un piccolo dosso.

Dalla chiesa si ha un’ottima visione dell’alpe.

Ormai il sole inizia a calare, quindi ci incamminiamo speditamente verso il parcheggio. La strada è ben segnata e dopo pochi minuti si ricongiunge con il secondo bivio incontrato al mattino. In poco meno di un’ora siamo alla macchina, non prima di aver salutato per l’ultima volta il Pizzo Scalino.

Altre foto dell’escursione nel mio album Flickr.

Dati dell’escursione:

Partenza: ore 10.15

Tempo totale (pranzo incluso): 6 ore

Dislivello in salita: 600m circa

Dislivello in discesa: 600m circa

Quota massima: 2350m

Quota minima: 1900m circa

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