Ciaspolata all’Alpe Lendine – 23/01/2015

Finalmente è arrivata un po’ di neve, giusto in tempo per la ciaspolata di questo mese!

La destinazione prescelta è l’Alpe Lendine, diventata in un certo senso famosa dopo le nevicate da record del 2014, quando sui tetti delle piccole baite dell’alpe si erano accumulati 2 metri di neve.

Quest’anno non è ancora arrivata così tanta neve, ma questa piccola conca mantiene comunque un gran fascino.

La partenza avviene dal parcheggio della chiesa di Olmo (frazione del piccolo comune di San Giacomo Filippo) a pochi chilometri da Chiavenna. Il centro del paese si trova a circa 500m slm ma per raggiungere la frazione di Olmo bisogna salire lungo una stretta strada di montagna per ben 18 tornanti, fino ad arrivare a circa 1050m slm.

Il sentiero inizia praticamente dal parcheggio, infatti si salgono le strette scalinate a lato della chiesa e in cima si trovano i primi cartelli: a destra per l’alpe Lendine e a sinistra per l’alpe Laguzzolo. Seguiamo per l’alpe Lendine, passando in mezzo alle abitazioni della piccola frazione, dopo pochi metri giungiamo ad un bivio, a sinistra il sentiero inizia a salire costeggiando degli ampi prati, mentre dritto davanti a noi perde leggermente quota e continua a passare tra le abitazioni. Noi prendiamo il sentiero di sinistra. Inizia ad esserci un po’ di neve, dopo pochi metri ci infiliamo le ciaspole (si potrebbe salire con i soli scarponi senza problemi, ma avendo le ciaspole tanto vale usarle…).

In brevissimo tempo raggiungiamo l’alpeggio Zecca, un gruppo di baite ammassate tra loro che segnano il limitare del bosco di larici. Bosco nel quale ci infiliamo senza indugi.

Inizia ora la parte più lunga e in parte monotona dell’escursione, infatti quasi tutto il sentiero si snoda all’interno di questo ampio bosco di larici. È un continuo saliscendi e si prende quota molto lentamente. Nel periodo estivo probabilmente l’attraversamento del bosco risulta decisamente monotono, ma con la neve tutto il paesaggio diventa più gradevole, e i larici ormai spogli permettono la vista sulle cime circostanti (avvolte da un candido ed estremamente luminoso manto nevoso).

Siamo nella valle del Drogo e arrivati circa a quota 1450m troviamo il primo di due ponticelli che ci permettono l’attraversamento dell’omonimo torrente. In caso di forti nevicate entrambi i ponticelli risultano completamente saturi di neve, quindi vi ritroverete a camminare a livello delle sponde dei ponticelli.

A partire dal primo ponticello iniziano una serie di rapidi tornanti che ci fanno (finalmente) guadagnare un po’ di quota, ed infatti dopo pochi minuti sbuchiamo dal bosco e ci ritroviamo a pochi metri dall’alpe. In tutto la salita ci ha richiesto circa due ore e mezza.

Sembra di osservare un presepe a grandezza naturale, con tutte quelle piccole baite ricoperte da 70-80 cm di neve fresca e incontaminata. Sembra un piccolo paradiso, ma le continue raffiche di vento che sollevano grandi quantità di cristalli di neve ci ricordano che non stiamo sognando.

Finalmente riusciamo a testare a fondo le ciaspole su neve fresca: salendo su un piccolo rilievo a monte delle baite sprofondiamo di quasi 60 cm, senza le ciaspole finiamo dentro fino alla vita… ci saranno circa 150 cm di neve. Salire diventa davvero faticoso, ma la neve rende tutto più bello e la fatica è ben accetta!

Dopo aver mangiato qualche panino, girato un po’ l’alpe e fatto una piccola esercitazione con l’Arva, decidiamo di scendere.

Si potrebbe compiere un giro ad anello andando a raggiungere l’alpe Laguzzolo, ma non troviamo nessuna traccia battuta, e decidiamo di non rischiare, quindi ci rimettiamo sul sentiero dell’andata, stavolta il bosco risulta parzialmente illuminato dal sole rendendo il paesaggio ancora più bello, si aprono anche ottimi panorami verso il gruppo del Badile.

La neve copre tutte le asperità del terreno, quindi riusciamo a procedere con un ottimo passo, in circa un’ora e mezza siamo al parcheggio.

Dati dell’escursione:

23/01/2015
Ora di partenza: 9.40
Tempo totale (pranzo compreso): 5.40 ore
Dislivello in salita (e discesa): 680m
Quota massima: 1730m
Quota minima: 1050m
Tempo di salita: 2.41 ore
Tempo di discesa: 1.37 ore

Altre foto sul mio album Flickr.

Val Roseg – agosto 2014

In attesa della prossima uscita scrivo qualcosa su una bella escursione della scorsa estate: la val Roseg in Engandina (Svizzera).

La val Roseg è una valle molto lunga che si snoda lungo il percorso del torrente Roseg, ricorda un po’ la val Zebrù, perchè è nettamente divisa in due: una prima parte quasi in piano molto lunga e immersa in un bosco ricchissimo di fauna e una seconda parte più ripida che conduce ai rifugi sotto il Bernina (Capanna Tschierva e Boval).

Il percorso parte dalla cittadina di Pontresina, dove si può parcheggiare in uno dei vari parcheggi a pagamento (il costo è di circa 8-10 franchi svizzeri per l’intera giornata), uno di questi parcheggi si trova nei pressi della stazione ferroviaria ed è adiacente all’inizio degli itinerari.

Ci sono vari itinerari possibili: si può seguire la carrareccia che passa vicino al torrente e che viene utilizzata anche dalle carrozze trainate da cavalli, oppure si può entrare nel fitto bosco di conifere stando a stretto contatto con la natura.

Consiglio vivamente questa seconda opzione, perchè la val Roseg è molto famosa per la “docilità” degli animali che ospita, infatti basta stendere il palmo della mano con sopra poche briciole di pane per ritrovarsi “sotto attacco” da un’infinità di pic

coli uccellini, e se si è particolarmente fortunati anche di scoiattoli rossi.

Addirittura non sono nemmeno necessarie le briciole, ho provato con mano che basta stendere le mani e restare fermi pochi secondi per diventare dei “posatoi viventi”.

Cincia mora
Nocciolaia
Coppia di cince more
Cincia dal ciuffo

Nel bosco non è difficile incontrare anche piccoli gruppi di caprioli o di cervi. In lontananza è ben visibile la mole del massiccio del Bernina (ancora non si vede la vera e propria cima) con i suoi enormi ghiacciai.

Al termine del bosco si giunge ad un grande pianoro pratoso con al centro il torrente e un hotel – ristorante. Da qui in poi iniziano i sentieri che portano ai rifugi. Sui pendii che circondano la valle non è difficile osservare branchi di camosci o stambecchi.

Seguendo il sentiero per la Capanna Tschierva, si resta sulla destra orografica del torrente e si inizia a salire in mezza costa tra ripidi prati, ora il cinguettio del bosco è sostituito dai fischi delle marmotte.

Dopo una breve sequenza di tornanti, ci si ritrova sul filo della morena glaciale del ghiacciao Roseg, che punta dritta verso il pizzo Bernina (la vetta maggiore del massiccio, 4050m)

La vista sulla cima e sulla famosa cresta “Biancograt” è favolosa

anche la vista sulla lingua glaciale alla destra della vetta.

Purtroppo il tempo inizia a scarseggiare, quindi non riesco a raggiungere il rifugio e mi tocca iniziare a scendere.

Per godere al meglio di questa escursione consiglio di dividerla in due giorni (magari pernottando in uno dei rifugi), in modo da poter ammirare con calma sia il bosco ed i suoi animali, sia il Bernina ed i suoi ghiacciai. Nel complesso il dislivello risulta inferiore ai 1000m (si parte da circa 1880m e si arriva ai 2580m della capanna Tschierva), ed è tutto concentrato nella seconda parte.

Non credo ci sia un periodo “migliore” per visitare la val Roseg, tutte le stagioni offrono viste mozzafiato e contatto diretto con la natura, quindi consiglio di tornarci più e più volte! Io non vedo l’ora di visitarla nella sua veste invernale!

Tramonto sul Monte Barro – 2/01/2015

Dopo due albe finalmente mi sono concesso anche un tramonto!

Questa volta niente sveglia presto con annessa ascensione in notturna, stavolta mi toccherà la discesa in notturna!

Per il mio primo tramonto (e prima uscita del 2015) ho scelto la mia prima meta montana, il monte Barro (922m).

La giornata non è stata delle migliori, a partire dal primo pomeriggio il cielo si è coperto da un denso strato di nuvole, tuttavia decido di provarci lo stesso, alle 15.15 sono al parcheggio in via Canevate a Galbiate.

L’itinerario che ho scelto è la classica del monte Barro: l’aerea cresta del versante sud, con la sequenza dei 3 corni + la vetta.

L’ultima volta che l’ho fatto mi ricordo di aver tenuto un ritmo molto elevato e di aver raggiunto la vetta in circa 1 ora dopo una bella sudata. Questa volta ci ho messo esattamente 1 ora e 2 minuti, ma non mi sembra di aver fatto tantissima fatica: o è merito della stagione invernale (l’ultima volta ero salito a luglio…) oppure sono davvero in forma!

Comunque sia, alle 16.17 ero in vetta. Il cielo non era esattamente sereno…

In lontananza, in quel poco di cielo sereno, si stagliano nitide le alpi piemontesi

Sono un po’ demoralizzato e decido di iniziare a scendere. Arrivato alla prima sella (tra la vetta e il primo corno) mi volto a guardare la vetta e noto che si è accesa l’illuminazione della croce (tra l’altro la croce è stata rinnovata rispetto alla mia ultima visita).

Prima di scendere fino alla macchina, decido di aspettare un po’ per provare a fotografare le luci di Lecco e della Brianza.

Le prime ad accendersi sono quelle di Lecco, ancora il cielo non è completamente buio, ma provo lo stesso a scattare qualche foto.

Attendo ancora alcuni minuti e intorno alle 17.30/17.45 scatto qualche immagine verso Sud.

Ad Ovest il cielo è ancora rischiarato dalle ultime luci del crepuscolo.

Il tramonto non mi ha soddisfatto granchè, ma le luci di Lecco e della Brianza, e la mia prima discesa in notturna mi hanno comunque ripagato l’uscita!

Per la discesa, pause a parte, bastano circa 20/30 minuti.

Altre foto nel mio album Flickr.

Ci ho preso gusto… alba dal Monte San Martino – 30/12/2014

Ad un paio di settimane dalla mia prima alba in montagna, ho deciso di approfittare delle ferie natalizie per una nuova uscita in notturna.

Questa volta ho optato per un’uscita più breve e più vicina (per poter dormire un po’ di più): il monte San Martino sopra Lecco.

Data la quota molto modesta (1090m) e la sua vicinanza a cime molto più fascinose (Resegone, Grigne, Due Mani), non ho mai preso in considerazione un’escursione su questa vetta, ma devo dire che si è rivelata piuttosto interessante, grazie ad un sentiero per escursionisti esperti attrezzato in un paio di punti con catene (sentiero comunque molto ben segnalato e mai eccessivamente pericoloso) ed allo splendido panorama che si può godere sul Lario, la città di Lecco e le cime vicine.

L’alba è prevista per le 8.05, alle 7.00 sono al parcheggio in via Quarto nella frazione Rancio di Lecco, mi infilo gli scarponi, indosso la torcia frontale e inizio a camminare. Il primo tratto si sviluppa su strada asfaltata (via Paradiso) fino a giungere ai primi cartelli che indicano il sentiero 52, per il rifugio Piazza (che non raggiungerò) e la cappella della Madonna del Carmine, dove arrivo in circa 40 minuti, dopo essermi fermato per un paio di scatti in “semi-notturna”.

Alla Madonna del Carmine (700m circa) decido di fermarmi per attendere l’alba. Il panorama è veramente notevole.

Le prime luci iniziano ad infiammare i corni di Canzo e il Moregallo e successivamente anche il Monte Barro.

L’aria è decisamente fredda e decido di proseguire senza attendere di essere raggiunto dai primi raggi del sole. Dalla cappella è possibile raggiungere il Crocione del San Martino attraverso due sentieri: quello classico (difficoltà E) e il sentiero “Silvia” (difficoltà EEA) che decido di provare.

Subito mi ritrovo a salire rapidamente su roccia, sembra quasi di salire la Cermenati sulla Grignetta, arrivato ad un piccolo pianoro vedo che il sole è ormai prossimo a raggiungermi, quindi decido di fermarmi per un paio di scatti.

Ormai manca poco al Crocione di vetta, ci dividono solo un paio di passaggi attrezzati con catene (divertenti e piuttosto semplici) e un paio di pianori con panchine da cui si gode un panorama meraviglioso.

Ed ecco il Crocione, non più di legno, ma di alluminio.

In conclusione è un’escursione interessante, da compiere nel periodo invernale (per non morir di caldo vista la quota molto modesta), che offre diversi ottimi punti di osservazione. Non ho registrato i dati di salita, poiché mi sono preso molte pause per scattare, comunque partendo alle 7.00, alle 10.00 ero di nuovo alla macchina.

Per altre foto, il mio album su Flickr.

Ciaspolata ai rifugi Ca’ Runcash e Cristina in Valmalenco – 21/12/2014

Dopo la mia prima esperienza con le ciaspole a Macugnaga, inizio a prenderci gusto.

Stavolta si resta in lombardia, in quello che sul web è considerato da molti come il paradiso delle ciaspole (ed in effetti il percorso si presta molto bene).

La partenza è al parcheggio dopo la seconda galleria della strada che da Campo Frascia porta alla diga di Campo Moro. La strada è completamente ghiacciata, speriamo di trovare molta neve.

Alle 10.15 siamo al parcheggio, calziamo scarponi e ghette e ci mettiamo in cammino con le ciaspole in mano (ci sono solo 4-5 cm di neve, non ci sembra il caso di calzarle). Dal parcheggio parte sulla destra una ripida carrareccia con le indicazioni per i due rifugi, fatti pochi passi e incontrati altri escursionisti con le ciaspole ai piedi decidiamo di calzare anche noi. Siamo in ombra e fa piuttosto freddo (circa -4°C), ma la strada sale ripida e ci scaldiamo rapidamente. Tutt’attorno il paesaggio è molto promettente.

Dopo qualche piccolo tornante di ritroviamo in un ampio pianoro, l’alpe Caspoggio, e troviamo le indicazioni per il rifugio Cristina e il rifugio Ca’ Runcash.

Seguiamo le indicazioni per il Cristina e abbandoniamo l’alpe inoltrandoci nel bosco. Dall’ultima nevicata nessuno è passato per questo sentiero, quindi apriamo letteralmente la pista attraverso paesaggi incontaminati e di rara bellezza.

Superata un ripido avvallamento troviamo nuove indicazioni per i due rifugi e decidiamo di puntare verso il Ca’ Runcash, in modo da pranzare presto e avere più tempo nel pomeriggio per la nostra ciaspolata.

Arriviamo al rifugio intorno alle 11.20, essendo ancora presto ne approfittiamo per una simulazione di ricerca con l’ARVA.

Rispetto alla simulazione fatta al parcheggio a Macugnaga, questa volta seppelliamo veramente un ARVA nella neve e proviamo a recuperarlo nel minor tempo possibile. Il terreno sconnesso e l’abbondante neve rendono molto più complessa e faticosa la simulazione.

Alle 12.15 pranziamo al rifugio. Il panorama dalla sala da pranzo è stupendo.

Dopo pranzo mentre ci rivestiamo e calziamo nuovamente le ciaspole ne approfitto per qualche foto.

Ripartiamo in direzione dei laghi di Campagneda, che troviamo completamente ricoperti di neve, e successivamente tagliamo verso est, per raggiungere l’alpe Prabello e il rifugio Cristina.

Non troviamo nessuna traccia di sentiero, quindi ci orientiamo solamente con l’ambiente circostante.

Dopo diversi saliscendi in un ambiente incontaminato e selvaggio (pur essendo sempre a pochi minuti dal rifugio Ca’ Runcash), un paio di scivoloni e l’incontro del tutto fortuito con una coppia di meravigliose pernici bianche, giungiamo finalmente in vista dell’alpe Prabello.

Senza rendercene conto ci troviamo sul tetto completamente ricoperto di neve di una piccola stalla.

Il rifugio Cristina è facilmente riconoscibile essendo l’edificio più grande di tutto l’alpe.

Alle sue spalle il Pizzo Scalino domina la scena.

A pochi metri di distanza si trova anche un’antica chiesa posta su di un piccolo dosso.

Dalla chiesa si ha un’ottima visione dell’alpe.

Ormai il sole inizia a calare, quindi ci incamminiamo speditamente verso il parcheggio. La strada è ben segnata e dopo pochi minuti si ricongiunge con il secondo bivio incontrato al mattino. In poco meno di un’ora siamo alla macchina, non prima di aver salutato per l’ultima volta il Pizzo Scalino.

Altre foto dell’escursione nel mio album Flickr.

Dati dell’escursione:

Partenza: ore 10.15

Tempo totale (pranzo incluso): 6 ore

Dislivello in salita: 600m circa

Dislivello in discesa: 600m circa

Quota massima: 2350m

Quota minima: 1900m circa

Alba in Grignetta – 12/12/2014

Dopo tanto procrastinare, finalmente mi sono deciso a compiere un’escursione con l’obiettivo di essere in quota per fotografare l’alba.

La meta di questa mia prima uscita in notturna è la Grignetta o Grigna meridionale, salendo per la cresta Cermenati.

Alle 5.00 sono in macchina e alle 6.00 sono al parcheggio dei Pian dei Resinelli a quota 1284m. Essendo prossimi al solstizio d’inverno, è ancora notte fonda quando alle 6.10 inizio a camminare, con la torcia frontale accesa.

Le sensazioni che si provano a salire in notturna e in solitaria, per di più in inverno, sono indescrivibili, un misto follia (ma chi me l’ha fatto fare), timore reverenziale verso la natura e la montagna ed eccitazione.

In cielo l’ultimo quarto di luna è ben visibile, tanto che gli occhi si abituano rapidamente al buio e mi permettono di procedere anche con la torcia spenta, in pochi minuti raggiungo il rifugio Porta da cui inizia il vero e proprio sentiero (fin qui la salita si svolge su strada asfaltata, salendo con ripidi tornanti in mezzo ad una rada boscaglia).

Subito alle spalle del rifugio inizia il bosco “Giulia” un  bel bosco misto di conifere e latifoglie che mi obbliga a riaccendere la torcia.

Dopo qualche centinaio di metri il bosco inizia a diventare più rado e posso vedere alle mie spalle le luci della pianura ancora addormentata.

 

Ora inizia la cresta Cermenati: un sentiero circondato da pendii erbosi molto ripido che porta dritti in cima alla Grignetta. La torcia ormai non mi serve più: la colorazione molto chiara della dolomia di cui è fatta la Grignetta e la luce lunare sono più che sufficienti. Intanto il cielo sta iniziando a colorarsi e schiarirsi.

Alle 7.30 sono circa a quota 2000m, mancherebbero circa 20 minuti alla cima, ma decido di fermarmi per non perdermi l’alba.

 

 

 

Poter assistere ad uno spettacolo di questo genere ripaga profondamente dello sforzo di svegliarsi molto presto e salire in notturna.

Non ci sono davvero parole per descrivere quello che si prova mentre si viene investiti dai primi raggi del sole a 2000m di quota, senza nessuno nel raggio di qualche chilometro.

Alle 8.00 riparto e intorno alle 8.20 sono in cima.

La presenza di alcune nuvole che coprono il sole sembrano regalarmi una seconda alba.

 

Alle 9.00 mi raggiunge il primo escursionista della giornata, è ora di scendere.

Altre foto sul mio album Flickr.

Dati dell’escursione:

partenza: 6.10
Tempo totale: 4.18 ore
Dislivello in salita: 900m
Dislivello in discesa: 910m (in realtà sono sempre 900m, evidentemente c’è stata una variazione nella pressione atmosferica che ha fatto sballare il mio altimetro)
Quota massima: 2184m
Quota minima: 1284m
Tempo totale di ascesa: 2.19 ore
Tempo totale di discesa: 1.28 ore

Macugnaga – Ghiacciaio del Belvedere – 21/11/2014

Ok, siamo ancora in autunno, ma vista la quantità di neve depositata con le nevicate di inizio novembre, questa può essere considerata a tutti gli effetti la prima uscita invernale della stagione.

Inoltre è stata anche la mia prima volta con le ciaspole, che non mi hanno convinto del tutto.

Una volta tanto esco dai confini lombardi per raggiungere Macugnaga, la perla del Monte Rosa, l’unico abitato da cui è possibile vedere la punta Dufour, la vetta più elevata del massiccio del Monte Rosa.

Partenza da casa alle 7.00, è venerdì quindi il traffico di Milano si fa un po’ sentire e ci vogliono 2 ore e mezza per raggiungere Macugnaga. Breve sosta alla scuola sci del paese per ritirare le ciaspole, l’ARVA e la pala noleggiate per l’occasione. Alle 9.30 siamo al parcheggio della funivia, a pagamento anche se siamo fuori stagione. 4€ per tutto il giorno, che rispetto agli 8€ pagati ad agosto a Pontresina o ai 2€ per parcheggiare al Vo’ di Moncodeno sulla Grigna (praticamente un campo di patate) tutto sommato mi sembrano accettabili.

Breve simulazione di ricerca con l’ARVA, calziamo le ciaspole (sperando di averle messe bene) e si parte.

Il sentiero, si snoda lungo la pista da sci che porta fino al rifugio Belvedere a quota 1900m circa, è possibile anche prendere qualche deviazione immersi nei boschi di larici ai margini della pista, ma data l’abbondante nevicata e la poca familiarità con le ciaspole preferiamo seguira la pista da sci.

In poco tempo raggiungiamo l’alpe Burki e l’adiacente stazione della seggiovia, il paesaggio è davvero maestoso, con una bella mescolanza tra autunno (i larici gialli) e inverno (la neve che ci circonda e ricopre abbondantemente il massiccio del Monte Rosa davanti a noi).

Passata l’alpe Burki ci troviamo di fronte ad un bivio, davanti a noi la pista da sci sale con una pendenza davvero notevole, mentre a destra la pendenza è più ridotta. All’andata optiamo per la pendenza minore.

Dietro di noi un camoscio solitario attraversa silenziosamente la pista e sparisce in un batter d’occhio nel bosco.

Dopo un ampio tornante verso sinistra sbuchiamo al Belvedere.

La neve al suolo è davvero molta, ma decidiamo di proseguire verso il rifugio Zamboni Zappa, seguendo la traccia aperta da qualche altro escursionista.

Davanti a noi, completamento coperta dalla neve si trova l’estremità inferiore del ghiacciaio del Belvedere, che dobbiamo attraversare per raggiungere la morena presente dall’altro lato della lingua.

La traccia è ben visibile e la seguiamo cercando di non sprofondare troppo nella neve ancora fresca.

Raggiunta la morena procediamo sul filo di cresta (in alcuni punti davvero molto affilata).

In cresta è ben visibile l’accumulo massiccio di neve.

Purtroppo arrivati in vista del rifugio la traccia finisce (chi ci ha preceduti è chiaramente tornato sui propri passi). Non conoscendo la zona e non volendo rischiare inutilmente di ficcarci in qualche guaio decidiamo a malincuore di fermarci e ripiegare al Belvedere.

Giusto il tempo di qualche foto e ripartiamo.

Da sx a dx: Punta Gnifetti (4559m), Punta Dufour (4634m) e Punta Dordend (4609m)

Tornati al Belvedere ci sistemiamo sulle panche esterne (l’unico paio di panche non coperte da metri di neve) per il pranzo, con davanti agli occhi la magnifica parete est del Rosa.

Sono passate da poco le 14.30 e il sole sta già svanendo dietro alla parete. Con il sole la temperatura era quasi mite (4-6°C) ma appena entriamo nel cono d’ombra del Rosa l’aria si fa subito più pungente.

Qualche altra foto, un breve test sull’efficacia delle ciaspole (senza ciaspole veniamo praticamente inghiottiti dalla neve) e si riparte per la discesa.

In discesa optiamo per la via più diretta, quindi armati di ciaspole affrontiamo il muro della pista da sci.

Zigzagando un poco scendiamo rapidamente di quota e in breve raggiungiamo l’alpe Burki. Da qui seguiamo lo stesso tragitto dell’andata e torniamo al parcheggio. Ormai tutto il paese è ampiamente in ombra, ma la molta neve presente offre comunque molta luce per qualche scatto finale.

Alle 16 ci rimettiamo in macchina direzione Milano, del tutto ignari delle quasi 4 ore di macchina che ci aspettano (causa  traffico attorno a Milano e un incidente poco prima dell’uscita dall’autostrada).

Per essere stata la prima uscita con le ciaspole non è andata troppo male, bisogna solo stringere bene le cinghie per bloccare al meglio gli scarponi (altrimenti il piede tende a muoversi molto di lato), e fare attenzione agli attraversamenti a mezza costa, soprattutto se la traccia è molto stretta, perchè la superficie larga delle ciaspole risulta abbastanza scomoda e si rischia di appoggiare male i piedi.

In ultimo è importante mettere in conto la fatica maggiore che richiede il procedere con le ciaspole (bisogna tenere le gambe più aperte per non inciampare sulle ciaspole e bisogna considerare la fatica di procedere nella neve fresca), quindi il dislivello che si riesce a superare è normalmente più ridotto.

Dati dell’escursione:

tempo totale (pause e pranzo compreso): 5.26h

dislivello in salita: 668m

altitudine max: 2044m

altitudine min: 1389m

tempo di salita: 2.26h

tempo di discesa: 1.42h

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