Macugnaga – Ghiacciaio del Belvedere – 21/11/2014

Ok, siamo ancora in autunno, ma vista la quantità di neve depositata con le nevicate di inizio novembre, questa può essere considerata a tutti gli effetti la prima uscita invernale della stagione.

Inoltre è stata anche la mia prima volta con le ciaspole, che non mi hanno convinto del tutto.

Una volta tanto esco dai confini lombardi per raggiungere Macugnaga, la perla del Monte Rosa, l’unico abitato da cui è possibile vedere la punta Dufour, la vetta più elevata del massiccio del Monte Rosa.

Partenza da casa alle 7.00, è venerdì quindi il traffico di Milano si fa un po’ sentire e ci vogliono 2 ore e mezza per raggiungere Macugnaga. Breve sosta alla scuola sci del paese per ritirare le ciaspole, l’ARVA e la pala noleggiate per l’occasione. Alle 9.30 siamo al parcheggio della funivia, a pagamento anche se siamo fuori stagione. 4€ per tutto il giorno, che rispetto agli 8€ pagati ad agosto a Pontresina o ai 2€ per parcheggiare al Vo’ di Moncodeno sulla Grigna (praticamente un campo di patate) tutto sommato mi sembrano accettabili.

Breve simulazione di ricerca con l’ARVA, calziamo le ciaspole (sperando di averle messe bene) e si parte.

Il sentiero, si snoda lungo la pista da sci che porta fino al rifugio Belvedere a quota 1900m circa, è possibile anche prendere qualche deviazione immersi nei boschi di larici ai margini della pista, ma data l’abbondante nevicata e la poca familiarità con le ciaspole preferiamo seguira la pista da sci.

In poco tempo raggiungiamo l’alpe Burki e l’adiacente stazione della seggiovia, il paesaggio è davvero maestoso, con una bella mescolanza tra autunno (i larici gialli) e inverno (la neve che ci circonda e ricopre abbondantemente il massiccio del Monte Rosa davanti a noi).

Passata l’alpe Burki ci troviamo di fronte ad un bivio, davanti a noi la pista da sci sale con una pendenza davvero notevole, mentre a destra la pendenza è più ridotta. All’andata optiamo per la pendenza minore.

Dietro di noi un camoscio solitario attraversa silenziosamente la pista e sparisce in un batter d’occhio nel bosco.

Dopo un ampio tornante verso sinistra sbuchiamo al Belvedere.

La neve al suolo è davvero molta, ma decidiamo di proseguire verso il rifugio Zamboni Zappa, seguendo la traccia aperta da qualche altro escursionista.

Davanti a noi, completamento coperta dalla neve si trova l’estremità inferiore del ghiacciaio del Belvedere, che dobbiamo attraversare per raggiungere la morena presente dall’altro lato della lingua.

La traccia è ben visibile e la seguiamo cercando di non sprofondare troppo nella neve ancora fresca.

Raggiunta la morena procediamo sul filo di cresta (in alcuni punti davvero molto affilata).

In cresta è ben visibile l’accumulo massiccio di neve.

Purtroppo arrivati in vista del rifugio la traccia finisce (chi ci ha preceduti è chiaramente tornato sui propri passi). Non conoscendo la zona e non volendo rischiare inutilmente di ficcarci in qualche guaio decidiamo a malincuore di fermarci e ripiegare al Belvedere.

Giusto il tempo di qualche foto e ripartiamo.

Da sx a dx: Punta Gnifetti (4559m), Punta Dufour (4634m) e Punta Dordend (4609m)

Tornati al Belvedere ci sistemiamo sulle panche esterne (l’unico paio di panche non coperte da metri di neve) per il pranzo, con davanti agli occhi la magnifica parete est del Rosa.

Sono passate da poco le 14.30 e il sole sta già svanendo dietro alla parete. Con il sole la temperatura era quasi mite (4-6°C) ma appena entriamo nel cono d’ombra del Rosa l’aria si fa subito più pungente.

Qualche altra foto, un breve test sull’efficacia delle ciaspole (senza ciaspole veniamo praticamente inghiottiti dalla neve) e si riparte per la discesa.

In discesa optiamo per la via più diretta, quindi armati di ciaspole affrontiamo il muro della pista da sci.

Zigzagando un poco scendiamo rapidamente di quota e in breve raggiungiamo l’alpe Burki. Da qui seguiamo lo stesso tragitto dell’andata e torniamo al parcheggio. Ormai tutto il paese è ampiamente in ombra, ma la molta neve presente offre comunque molta luce per qualche scatto finale.

Alle 16 ci rimettiamo in macchina direzione Milano, del tutto ignari delle quasi 4 ore di macchina che ci aspettano (causa  traffico attorno a Milano e un incidente poco prima dell’uscita dall’autostrada).

Per essere stata la prima uscita con le ciaspole non è andata troppo male, bisogna solo stringere bene le cinghie per bloccare al meglio gli scarponi (altrimenti il piede tende a muoversi molto di lato), e fare attenzione agli attraversamenti a mezza costa, soprattutto se la traccia è molto stretta, perchè la superficie larga delle ciaspole risulta abbastanza scomoda e si rischia di appoggiare male i piedi.

In ultimo è importante mettere in conto la fatica maggiore che richiede il procedere con le ciaspole (bisogna tenere le gambe più aperte per non inciampare sulle ciaspole e bisogna considerare la fatica di procedere nella neve fresca), quindi il dislivello che si riesce a superare è normalmente più ridotto.

Dati dell’escursione:

tempo totale (pause e pranzo compreso): 5.26h

dislivello in salita: 668m

altitudine max: 2044m

altitudine min: 1389m

tempo di salita: 2.26h

tempo di discesa: 1.42h

Rifugio Bertacchi – Lago di Emet – Pizzo Spadolazzo – 31/10/2014

Come festeggiare al meglio Halloween? Con una bella camminata in montagna!

La tappa odierna è il rifugio Bertacchi a 2196m, partendo da Madesimo.

Arrivati a Madesimo per la storica SS36, si aggira il centro e si prosegue fino all’ultima frazione (Macolini), parcheggiando l’auto proprio al termine della strada. Il sentiero parte direttamente dallo spiazzo del parcheggio (1650m).

Alle 9.45 lasciamo la macchina e iniziamo a camminare. Il sole sta iniziando a far capolino nella vallata, ma subito il sentiero prende a salire sul versante occidentale dellla valle, mantenendoci all’ombra. Il vento non ci da tregua, continua a soffiare con raffiche piuttosto forti e soprattutto gelide.

Dritto davanti a noi svetta il Pizzo Spadolazzo (2710m).

L’ambiente è molto spoglio, ci spostiamo lungo ripidi prati ormai secchi intervallati da sporadici cespugli (per la maggior parte rododentri). Il sentiero è costituito da una serie quasi infinita di tornanti e controtornanti medio-corti, che si snodano tra due piccoli torrenti.

In circa un’ora sul pianoro ospitante il rifugio (che troviamo ovviamente chiuso) e alcune piccole baite. Nel mezzo è presente il lago naturale (ovviamente di origine glaciale) di Emet.

Lago di Emet e Pizzo Spadolazzo

Da qui iniziamo a trovare tracce della recente nevicata.

Dopo una breve sosta, scartiamo il Pizzo Emet o Timun (3200m) che ci sembra un po’ troppo innevato e puntiamo al Pizzo Spadolazzo.

La salita inizia attraverso una stretta vallata in cui sono presenti alcuni laghetti completamente ghiacciati.

Quindi inizia la ripida salita al Pizzo, sempre sferzati da un vento molto freddo.

in circa un paio di ore, dopo un ultimo tratto sul filo di cresta (al ritorno abbiamo scoperto un sentiero che a mezza costa ci avrebbe permesso di evitare i punti più esposti e innevati), arriviamo finalmente alla croce di vetta, installata per il centenario del CAI.

Dalla vetta si gode di un ottimo panorama sia verso il passo dello Spluga e l’omonimo lago, sia a oriente verso il pizzo Emet.

Il ritorno al parcheggio avviene per lo stesso itinerario dell’andata.

Dati dell’escursione:

Tempo totale: 6.03h

Dislivello di salita: 1093m

Dislivello di discesa: 1093m

Quota minima: 1650m

Quota massima: 2712m

Tempo di salita: 2.59h

Tempo di discesa: 2.00h

Altre foto nel mio set su Flickr.

Rifugio Laghi Gemelli – 21/09/2014

Terza uscita in 20 giorni! Questo settembre sta proprio andando alla grande. La tappa odierna è in Val Brembana, al Rifugio Laghi Gemelli1968m.

Si parte dal parcheggio adiacente il lungo lago dell’abitato di Carona 1113m (attenzione che la maggior parte dei parcheggi sono a pagamento, si può acquistare il biglietto presso il bar “Pineta” alla fine del lungo lago).

La giornata sembra perfetta, non si vede nemmeno una nuvola in cielo, la temperatura è abbastanza fresca (12°C) ma il sentiero parte subito forte, quindi ci si scalda in fretta. Il sentiero che seguiamo è il 211.

La prima parte del sentiero è tutta all’interno di un bosco in parte di caducifoglie in parte di conifere, il fondo è costituito da terra con vari affioramenti rocciosi, attenzione che c’è molta presenza di acqua, quindi le rocce risultano spesso scivolose.

Passato il tratto boschivo in cui si sale parecchio, fino a circa 1800m, si sbuca in un pianoro in quota, caratterizzato dalla presenza di numerosi laghetti di origine naturale, a cui sono state aggiunte delle dighe per ricavarne energia idroelettrica.

Questi laghi offrono scorci meravigliosi, ricchi di riflessi e ci accompagneranno per tutto il tragitto finale, anche oltre il rifugio.

Il rifugio sorge proprio di fianco alla diga dei laghi gemelli (in realtà ora i due laghi si sono fusi in uno solo). Da qui partono diverse escursioni, tra cui quella verso il passo di Mezzeno 2142m, che decidiamo di intraprendere.

In poco meno di un’ora siamo al passo, da cui si gode una bella vista verso il pizzo Arera.

Dopo un buon pranzo al rifugio il tempo inizia a guastarsi e inizia a piovigginare, per la discesa seguiamo quasi completamente l’itinerario di salita, ma al primo lago (Lago Piano Casere) compiamo una breve deviazione per raggiungere il Lago Becco (l’anello originale sarebbe un po’ più lungo, fino a raggiungere il Lago Colombo, ma visto il tempo decidiamo di accorciarlo).

Giunti al tratto boschivo inizia a piovere parecchio, e le rocce diventano molto scivolose, ma almeno gli alberi ci riparano un poco dalla pioggia.

Dati dell’escursione

Quota minima 1113m

Quota massima 2142m

Dislivello in salita totale 1130m

Tempo totale di cammino (pranzo escluso) 6.32 ore

Tempo di salita 3.11 ore

Tempo di discesa 2.35 ore

Monte Sodadura da Moggio – 14/09/2014

Dopo un agosto pieno d’acqua è arrivato un settembre tutto sole, e per di più con temperature perfette per andare in montagna. Sono passati giusto 15 giorni dalla salita al Grignone e questa volta ho deciso di provare a salire sul Sodadura, la bella piramide che sovrasta i piani di Artavaggio, partendo da Moggio.

I piani di Artavaggio sono per me una novità assoluta. Con questo giro inoltre toccherò 5 rifugi tutti in una volta:

- Rifugio Sassi Castelli

- Baita della Luna

- Rifugio Casari

- Rifugio Nicola

- Rifugio Cazzaniga Merlini

Partenza da Moggio, 860m, al parcheggio che si trova al primo tornante della strada che porta al Culmine di San Pietro, subito dopo la stazione della funivia.

Il primo pezzo del sentiero si snoda tutto all’interno del bosco, il classico bosco di caducifoglie che si trova sulle pendici delle prealpi lombarde. Parto che è ancora buio, mancano pochi minuti all’alba e per di più sono sul versante occidentale…

Il panorama è praticamente inesistente, quindi mi concentro sull’andatura.

A quota 1490m in un piccolo spiazo erboso troviamo l’ex rifugio “I Bocia”, da qui in poi il bosco inizia a farsi più rado e dopo pochi minuti sbuchiamo all’inizio dei piani di Artavaggio.

Qui troviamo un bivio con dei segnavia, a destra rifugio Sassi Castelli e a sinistra il sentiero degli Stradini. Andando a destra si entra brevemente in un fitto bosco che termina proprio davanti al rifugio, tuttavia al bivio consiglio di tagliare dritto per il pratone.

Al rifugio Sassi Castelli iniziano “ufficialmente” i piani di Artavaggio 1640m, una vasta distesa prativa caratterizzata da pendenze molto ridotte.

 

Seguendo la strada sterrata che si snoda lungo i prati si arriva all’albergo sciatori ed alla vicina chiesetta dei piani di Artavaggio. Qui si trovano le indicazioni per il rifugio Nicola ed il monte Sodadura.

Continuando a seguire la strada che inizia ora a salire, si giunge in circa 30′ al rifugio Nicola, posto a 1890m, dalla caratteristica forma piramidale, proprio come il monte Sodadura, la cui cresta parte esattamente a sinistra del rifugio.

La salita al Sodadura è davvero molto semplice ed alterna tratti erbosi a tratti su roccia (tutti semplici) e in circa 15/20′ si arriva in cima a quota 2010m.

 

Dalla vetta il panorama può spaziare in tutte le direzioni. Ad est le orobie bergamasche

 

A sud il resegone

 

Ad ovest le Grigne

 

e lo Zuccone Campelli (con i rifugi Nicola e Cazzaniga Merlini)

 

E infine a nord le orobie Valtellinesi e le alpi retiche

Dati dell’escursione

Quota minima 860m

Quota massima 2010m

totale dislivello in salita 1150m

tempo totale 3.56 ore

tempo di salita 2.10 ore

tempo di discesa 1.29 ore

Anello dei rifugi Forni – Branca – Pizzini – 18/08/2014

La pazza estate che ha caratterizzato questo 2014 mi ha costretto a ridurre il numero di escursioni, tuttavia le poche che ho fatto sono state tutte belle ed impegnative.

L’anello dei rifugi Forni – Branca e Pizzini è un classico dell’alta Valfurva che offre innumerevoli varianti lungo il percorso.

I sentieri che ho scelto sono probabilmente i più panoramici (e i più lunghi):

- Sentiero Glaciologico alto e ponti tibetani (Forni – Branca)

- Sentiero alto tra Branca e Pizzini (non ne conosco il nome)

- Sentiero panoramico (sentiero alto) tra Pizzini e Forni.

Per un totale di quasi 7 ore di cammino (breve pausa pranzo inclusa)

Si parte dal parcheggio gratuito sotto l’albergo Rifugio Forni a 2140m e si seguono le indicazione per il Rifugio Branca e il sentiero Glaciologico, attraversando il torrente Cedec grazie ad un comodo ponticello.

Subito i sentieri si dividono, da una parte il Glaciologico basso che porta rapidamente al Rifugio Branca e dall’altra il Glaciologico alto che compie un giro più lungo e panoramico. Prendiamo il secondo.

Arrivati a quota 2500m si incontrano i ruderi di alcuni baraccamenti militari della Grande Guerra.

superati questi ruderi si inizia a vedere la grandiosità del Ghiacciaio dei Forni, il più grande ghiacciaio vallivo italiano.

ora il sentiero scende leggermente fino a portarci sul ghiaione sottostante il ghiacciaio. Da qui in un paio di minuti ci si può portare fino alla bocca del ghicciaio, ovvero la parte terminale del ghiacciaio, da cui esce un torrente dovuto al disgelo.

Tornando al sentiero ci ritroviamo ad dover attraversare due divertenti ponti tibetani che ci permettono di guadare le acque provenienti dal ghiacciaio

Ora il sentiero ridiscende verso il Rifugio Branca, passando da due bei laghetti glaciali (il più grande e vicino al rifugio è il Lago delle Rosole) e da una stretta e affascinante gola.

Eccoci finalmente al rifugio Branca.

Il primo terzo dell’anello è terminato.

Dal Rifugio Branca parte un sentiero poco battuto ma molto bello che porta al Rifuio Pizzini restando sempre sopra i 2500m, ben lontano dal traffico delle Jeep che passano a bassa quota sulla strada sterrata dall’altra parte del torrente Cedec.

Per buona parte di questo sentiero la vista non riesce a spaziare molto poiché si è chiusi all’interno di una conca, ma dopo circa 50′ minuti finalmente si intravede in lontananza il Rifugio Pizzini e dopo pochi minuti finalmente lo si raggiunge.

Dal rifugio si può godere di una grandiosa vista sul Monte Pasquale

e (meteo permettendo) sul Gran Zebrù (Konigspitze, la vetta del re)

purtroppo per la seconda volta questa capricciosa cima non ha voluto mostrarsi…

Al Rifugio Pizzini termina la seconda parte dell’anello.

La parte finale dell’anello che ci riporterà al parcheggio può essere percorsa lungo la strada sterrata bassa, ma consiglio vivamente di utilizzare il sentiero alto, molto panoramico, percorribile solo a piedi o in MTB e decisamente meno trafficato.

I panorami che si possono apprezzare da questo sentiero sono tra i più belli della valfurva.

Lungo questo sentiero si trovano altri ruderi della Grande Guerra che in queste zone di confine è stata molto combattuta.

Dati dell’escursione:

Quota minima: 2140m

Quota massima: 2716m

Dislivello totale in salita: 834m

Tempo di percorrenza: 6.47 ore

Tempo di salita: 2.57 ore

Tempo di discesa: 2.25 ore

 

 

 

Grigna Settentrionale – Cresta di Piancaformia – 29/08/2014

La prima volta sulla Grigna Settentrionale è stato un disastro, in vetta eravamo avvolti dalla nebbia con visibilità zero. Quest’anno spero che vada meglio…

Partenza da casa alle 4.45, arrivo al parcheggio del Vo’ di Moncodeno (NB: a pagamento tramite gratta e sosta) alle 6.20. Il tempo sembra pessimo: cielo nuvoloso e umidità molto elevata, il sole deve ancora sorgere.

Alle 6.26 iniziamo a camminare seguendo le indicazioni per il sentiero 25 (la via della Ganda), dopo mezz’ora arriviamo ad un bivio e seguiamo per una ripida salita le indicazioni per il sentiero 19 (Cresta di Piancaformia).

Dopo pochi minuti giungiamo al bivacco/cappella dell’89ma Brigata Garibaldi (Bocchetta di Prada, 1626m). Ora ci ritroviamo in mezzo alla nebbia, tanto che non si vede minimamente la famosa Porta di Prada.

Continuiamo a salire a mezza costa con alcuni passaggi su roccia un po’ esposti e arriviamo alla Bocchetta di Piancaformia (1802m). Siamo ancora nella nebbia, ma il cielo sembra più chiaro, speriamo in bene…

Ignoriamo le deviazioni per i rifugi Bogani a sinistra e Bietti a destra e iniziamo la vera e propria salita in cresta.

Ora finalmente foriamo lo strato di nuvole e possiamo ammirare il cielo sereno ed il sole!

Sopra le nuvole
Salendo in cresta

Continuiamo a salire sempre in cresta, superando diversi passaggi su roccia un po’ esposti ma mai troppo complicati.

Un mare di nuvole

Prima dell’ultimo tratto di cresta, il sentiero si ricongiunge a mezza costa con la via della Ganda, fino a giungere al tratto finale attrezzato con un paio di lunghe catene.

In questo tratto non è ben chiaro se sia meglio salire con l’ausilio delle catene, su un fondo abbastanza liscio e spesso umido oppure se sia meglio salire sulle rocce poste più a destra, meno umide e più ricche di appoggi ed appigli per mai e piedi. Comunque in pochi minuti si è in cima, accolti dal rifugio Brioschi.

Cappella e rifugio Brioschi

Girando attorno al rifugio si arriva alla vetta vera e propria, sormontata dalla classica croce di vetta.

Croce di vetta

La vista è stupenda anche con tutte queste nuvole

La Grignetta emerge dalle nuvole

Per la discesa normalmente si opta per la via della Ganda. Anch’io ero intenzionato a seguirla, ma arrivati ad un cartello metallico con le indicazioni per il rifugio Bogani, vedo un sentiero poco più in basso e decido di seguirlo (pensando che si ricongiunga più avanti alla via della Ganda).

Questo sentiero, che una volta giunto al Bogani scoprirò essere un pezzo della via del Nevaio, attraversa uno degli angoli più selvaggi e inospitali della Grigna, un profondo canalone ricco di inghiottitoi e più o meno vasti nevai che ci permette di scendere rapidamente di quota tra sfasciumi e brevi tratti su roccia.

Stando attenti a prendere sempre il sentiero di sinistra nei vari bivi che incontriamo giungiamo dopo circa 1 ora al rifugio Bogani (1816m).

Dal rifugio seguiamo le indicazioni per Esino Lario e in poco meno di un’ora raggiungiamo il parcheggio.

Dati dell’escursione
Partenza alle 6.26
Tempo totale: 5.12 ore
Dislivello in salita: 1082m
Quota max: 2410m
Quota min: 1430m
Tempo di salita: 2.35 ore (3 ore totali per arrivare in cima)
Tempo di discesa: 2.03 ore

Altre foto sul mio set Flickr.

Weekend al rifugio Dorigoni in val di Rabbi – 19-20/07/2014

Finalmente è arrivato il mio primo pernottamento in rifugio. Siamo in Trentino, precisamente il Val di Rabbi, al rifugio Silvio Dorigoni 2438m slm.

Primo Giorno (Somrabbi – Rifugio Dorigoni)

La camminata inizia al parcheggio posto alla fine della strada dell’abitato di Somrabbi (fraz. Piazzola). Da qui si può decidere se prendere la navetta che ci porta alla malga Stablasolo 1529m che ci permette di risparmiare circa 30 minuti di strada.

Iniziamo a camminare alle 12.44 sotto un sole implacabile. Sentiero numero 106.

La prima parte del sentiero avviene ai bordi di un bel bosco di conifere e ci fa guadagnare quota abbastanza velocemente grazie a diversi piccoli tornanti. Nella seconda parte si attraversa una vasta vallata, il Prà di Saent, in cui la pendenza è davvero minima e il sole picchia duro. All’ombra di radi pini ne approfittiamo per mangiare.

Prà di Saent

al termine di questa ampia conca inizia il tratto più ripido e impegnativo, costituito da tornanti molto stretti che ci fanno guadagnare velocemente quota fino alla località “Palina” (2100m). Qui alcune panchine ci permettono di ammirare lo stupendo paesaggio.

Località “Palina”

A questo punto manca circa mezz’ora al rifugio, ma la parte più faticosa è alle spalle.

Rifugio Dorigoni
Rifugio Dorigoni

Nei pressi del rifugio è presente un piccolo laghetto molto “fotogenico”.

Laghetto nei pressi del rifugio

Dati dell’escursione (primo giorno)

Partenza: 12.44

Tempo totale: 3.23h

Dislivello di salita: 884m

Dislivello di discesa: 22m

Quota massima: 2438m

Quota minima: 1532m

Tempo di salita: 2.34h

Tempo di discesa: 9minuti

Secondo giorno (Rifugio Dorigoni – Giogo Nero – Cima Collecchio – Rifugio Stella Alpina – Somrabbi)

Dopo la mia prima notte in rifugio, sveglia all’alba per un’intensa camminata.

Alba al rifugio Dorigoni

Si parte salendo prima a mezza costa e poi per ripidi tornanti verso il passo del “Giogo Nero” a 2833m slm.

Giogo Nero

Dal Giogo Nero si risale la bella e breve cresta che porterà in vetta alla Cima di Collecchio (2957m), per poi ridiscendere nell’altro versante tra laghi più o meno grandi e più o meno in fase di disgelo

Laghetto in fase di disgelo

fino a giungere al rifugio Stella Alpina di fianco al Lago Corvo (2437m). Da qui si scende nuovamente al paese di Somrabbi, prima per ripidi prati e poi per ricche foreste di conifere.

Dati dell’escursione (secondo giorno)

Partenza 7.15

Tempo per il rifugio Stella Alpina: 2.56h

Dislivello in salita: 526m

Dislivello in discesa: 516m

Quota max: 2957m

Quota min: 2413m

Tempo di salita: 1.42h

Tempo di discesa: 1h discesa

Dal rifugio Stella Alpina a Somrabbi sono altre 2 ore circa di cammino.

Altre foto nel mio set su Flickr.

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